Afterhours | live @ Saschall, 13mag2008

Pubblicato giovedì, 15 maggio 2008

All’ottavo album gli Afterhours di Manuel Agnelli continuano ad essere in forma smagliante, e grazie al cielo sembrano ancora lontani dalla “svolta cantautoriale” che come un virus sembra prendere gran parte delle sedicenti rock band italiane alla soglia dei 40. Il disco è tosto e volgare come sempre, come ci piace.
Mi era già capitato diverse volte di vedere gli Afterhours dal vivo, ovviamente, vuoi perché sono sempre in tour, vuoi perché ai loro concerti aumentano esponenzialmente le possibilità di incontrare le ex (un concetto, “la ex”, di cui Agnelli è massimo acido cantore, cosa della quale gli siamo immensamente grati). Performance dal vivo, quelle dei milanesi, piuttosto altalenanti, la cui riuscita dipende sempre troppo dall’energia che il gruppo scambia col pubblico: una cosa bellissima, ma che fa nascere il sospetto che in una stanza vuota gli Afterhours siano delle mezze seghe.
Del resto, io in una stanza vuota con gli Afterhours non vedo proprio cosa dovrei farci, perciò da bravo rockettaro stanco mi accontento di andare a sudare ai loro concerti (complice anche la trippa in continua espansione).
Apre il concerto al Saschall Giovanni Ferrario, chitarra e voce, forse fuori contesto: il pubblico non sembra apprezzare, ma immagino che gli infoiati fan degli Afterhours disdegnerebbero anche i Led Zeppelin, stasera. Pochi pezzi per il veterano della scena rock italiana e internazionale, in bilico tra Hugo Race e i Dirty Tree, che lascia il palco agli headliner che raggiungerà più tardi per un bis corale.
Il concerto delle piccole iene ingrana da subito: c’è posto per quasi tutto il nuovo album, meravigliosamente intitolato I milanesi ammazzano il sabato: molti brani dai ritmi serrati, anche se i momenti migliori (per tutto il concerto) arrivano con i brani più “lenti” e cacofonici, su tutti la sbilenca È solo febbre. Entusiasmano Bye bye Bombay, Quello che non c’è e La verità che ricordavo, ma in generale nessun pezzo è suprefluo o sottotono. Incomprensibile solo la Tarantella all’inazione, che come ogni forma di musica etnica calabro-lucana avrei preferito mai nata (parola di lucano DOC). Mi concentro sul meraviglioso testo (”è la complicità nel volo, o è la linea del tuo culo?”), sorprendendomi a tratti a tastare la mia innamorata – che mi ha perfino regalato il biglietto – per sentirmi maggiormente in sintonia con la poesia del momento.
Tutto procede alla grande, fino all’inevitabile uscita con doppio rientro secondo copione, ma stavolta c’è una sorpresa: i sei Afterhours riappaiono sulla galleria dove i tecnici hanno fatto loro un po’ di spazio e sistemato i microfoni. Teste girate e in su in platea, per cantare tutti in coro Voglio una pelle splendida. Troppo in coro per i miei gusti, che non ho apprezzato affatto la sorpresa: Manuel Agnelli non accenna neanche una parola del ritornello, mangiapane a tradimento, e poi voglio dire, se volevo sentirla in versione coretto da stadio andavo allo stadio. Va bene che il pubblico ti adora, però così rischi di sembrare la cover band di te stesso. (per insultarmi: info@sideways.it)
Il rientro vero e proprio va molto meglio, nonostante la cover di Stop, hey, what’s that sound dei Buffalo Springfield non sembri una scelta azzeccata al 100%. Lasciate a casa le ballatone tanto amate ma che tanto hanno stufato a questo punto, Agnelli & Co. regalano una mezz’ora buona di musica extra (musica, non coretti da osteria), guadagnandosi scroscianti e meritati applausi, sia dei fan senza se e senza ma, sia dei rompipalle come me che continueranno ad andare ai loro concerti con grande piacere (soprattutto se la mia innamorata continua a regalarmi il biglietto).

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