Caribou | live @ Sala Vanni, 6mar2008

Pubblicato venerdì, 7 marzo 2008

È approdato ieri 6 marzo 2008 a Firenze un nome di grande valore sul panorama della psichedelia: Daniel Victor Snaith col suo ensemble, i Caribou, precedentemente noti col nome di Manitoba, finché Richard “Handsome Dick” Manitoba non gli fece causa sulla proprietà del nome (Manitoba, non Handsome Dick, sic…), vincendola.


Una serata climaticamente orrenda, che coronava in bruttezza una giornata in cui mi è capitato di vedere sole, vento, pioggia, neve e grandine. Mancava solo una tempesta di sabbia. Meno male che c’è la musica…
Il concerto dei Caribou non era stato annunciato (a mio parere) con adeguato anticipo e risonanza, e la stessa location non si presentava proprio come la più adatta a contenere una simile performance: le comode poltrone della suggestiva Sala Vanni di piazza del Carmine infatti meglio si prestano alle sperimentazioni jazz e ai compositori contemporanei promossi da Musicus Concentus (i co-organizzatori dell’evento), che non a rock e affini. C’è un elemento basilare ad avallo di questa tesi: in Sala Vanni la batteria si sente male, e i Caribou ne hanno addirittura due!


Poi, devo confessare di avere una malattia che mi impedisce di vedere concerti rock da seduto: mi vengono le convulsioni, mi si raggrinzisce la pelle, ecc.
Date le premesse (clima, location, pubblicità), per non parlare della ritrosia dei fiorentini a muovere il culo dal divano di casa, confesso che mi aspettavo la sala semideserta, e invece con sommo piacere ho potuto contare ben pochi posti vuoti.
Apre Peckinpah (spero di aver capito bene il nome), da solo chitarra e bellissima voce, forse troppo crepuscolare per i miei gusti, ma obiettivamente di qualità. Una manciata di pezzi e poi Caribou.
Avevo visto i Manitoba ad Arezzo quando promuovevano Up in flames, il loro stupendo secondo album, e avevano a mio parere eclissato gli headliner Calexico, una vera delusione dal vivo (nel mezzo un fantastico Arto Lindsay).
Stavolta niente maschere da orsacchiotti, ma sobrie t-shirt e nessuna attitudine. Il palco è allestito, forse per scelta forse per necessità, in maniera insolita: i quattro musicisti (basso, chitarra, batteria e Snaith) convergono verso il centro: in prominenza le due batterie si fronteggiano, e Snaith quando non canta, non suona la chitarra o la diamonica o altre diavolerie elettroniche, bissa il batterista ufficiale pestando a più non posso in divagazioni psichedeliche sui brani tratti in gran parte da Andorra, il loro recente capolavoro discografico.
Non ci sono luci di scena, e al loro posto sopra e dietro il gruppo vengono proiettate immagini psichedeliche pure quelle (niente orsetti). Nonostante le paure iniziali, e un suono non cristallino, la musica dei Caribou sovrasta ogni inconveniente e fa dimenticare il clima, le poltrone e tutto il resto. Dal vivo ancor più che su disco esalta l’astruso connubio, perfettamente riuscito, fra voci eteree e ritmiche forsennate, che è un po’ la marca distintiva della band canadese, che chiude senza bis un concerto che gli assenti dovrebbero rimpiangere.
Prossimo appuntamento per il mini-festival organizzato dai lodevoli Reality Bite(r)s dedicato alla psichedelia, domenica 16 marzo con i Dead Meadow, sempre in Sala Vanni.

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