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	<title>Sideways &#187; musica</title>
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		<title>I 100 migliori album del decennio</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Feb 2010 16:39:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Morena</dc:creator>
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		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[classifiche]]></category>
		<category><![CDATA[dischi]]></category>

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		<description><![CDATA[La mia personalissima classifica dei migliori album rock dal 2000 al 2010.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A ogni fine decennio è di rito la classifica dei migliori film, libri, fumetti, eccetera che l&#8217;hanno contraddistinto. Ed è pressoché impossibile sottrarsi alla lettura delle listone, per verificare affinità e divergenze con i recensori che nel bene e nel male condizionano le scelte culturali della nostra vita.<span id="more-500"></span></p>
<p>Non si sottrae a questa prassi, ed è anzi uno dei settori di più alta visibilità, il mercato discografico. E così ogni testata cartacea e online non si esime dal rilasciare la propria classifica de “i 100 migliori album del decennio”. Suscitando ogni reazione possibile dallo sdegno al plauso.</p>
<p>In molte ho ritrovato dischi che amo e che ho consumato, certo, ma a snervarmi è stata più che altro la presenza massiccia di dischi anche interessanti, anche innovativi, anche lodevoli, ma che fatico a credere siano stati oggetto di più di una manciata di ascolti dai seriosi e intellettualissimi recensori.</p>
<p>Dico, per carità, io i dischi dei Liars ce l&#8217;ho, li ho ascoltati, sono andati a vederli dal vivo e mi piacciono anche, ma da qui a dire che <em>Drum&#8217;s not Dead</em> sia il miglior disco del decennio mi sembra che ce ne passi, eccome. Pensare che un album rumoristico e spigoloso, volutamente disconnesso e suonato da gente che non sa suonare (parole loro), sia la pietra miliare di dieci anni di musica, mi sembrerebbe una sconfitta per l&#8217;umanità, se fosse vero.</p>
<p>Stesso discorso capovolto per The Strokes, che ci avranno anche fatto cantare a squarciagola, ma che ho serie difficoltà a considerare “la rivoluzione sonora” del 2000, come qualcuno ha detto. Vi faccio notare che garage-beat-rock e appendici affini hanno già detto tutto quello che c&#8217;era da dire in materia di riff di chitarra nel 1968: andare a riascoltarsi The Sonics, The Sparkles, The Remains, The Litter, The Kinks e compagnia per credere. Se poi siete troppo pigri per riscoprire il vero furore sonico del rock, è un problema vostro, ma non venite a raccontarci che gli Strokes sono un miracolo. Anzi, a pensarci meglio, è un vero miracolo il successo che hanno avuto.</p>
<p>E ancora, concordo che <em>Kid A</em> sia il capolavoro che è, ma vedere ogni singolo album dei Radiohead nelle classifiche mi puzza di discografie ridotte: non è che ogni peto che fa Tom Yorke sia un pilastro di storia della musica, eh.</p>
<p>Siccome a leggere queste charts ho avuto il torcistomaco in questi giorni, ho deciso di farmela da solo, la classifica dei 100 migliori album del primo decennio del terzo millennio dopo Cristo. Poi, seguendo il filo dei miei pensieri, ho deciso di ridurre da 100 a 50 la mia classifica, per almeno tre motivi.</p>
<p>Uno. Per ogni band presente non c&#8217;è più di un album. In molti casi è difficile eleggere un solo album a significativo di una produzione ricca e meritevole d&#8217;ascolto (vedi Mars Volta, Spoon, Madrugada, Bright Eyes e tanti altri), perciò ho pensato che non avesse molto senso riproporre sempre gli stessi nomi: va da sé che è fortemente consigliato l&#8217;ascolto dell&#8217;intera discografia dei gruppi proposti, almeno per la gran parte.</p>
<p>Due. Mi sono limitato a rock e limitrofi, che è roba mia. Ci sono tanti dischi fuori da quest&#8217;ambito che adoro e che reputo dei capolavori, ma fuori dal rock sono un ascoltatore troppo discontinuo per avere una visione chiara della produzione discografica.</p>
<p>Tre. Mi sono detto che in fondo non ha senso darsi dei parametri per giudicare i dischi cercando di esprimere giudizi obiettivi. Perciò me ne sono altamente infischiato e ho stilato la classifica solo ed esclusivamente in base a un criterio affettivo. Questi non sono i 50 migliori dischi del decennio in assoluto: sono i 50 dischi che io ho amato di più, che ho ascoltato fino alla nausea, che ancora escono di quando in quando dalle casse del mio stereo. Con buona pace di tante cose che reputo sinceramente di alto valore, ma che sulla solita isola deserta non mi porterei mai. E anche di tutti quegli album che sicuramente ho dimenticato, e che per la legge di Murphy dovrei ricordarmi domani.</p>
<ol>
<li><span style="color: #ff0000;"><strong>Gomez</strong> – How we operate (2006)</span></li>
<li><span style="color: #ff0000;"><strong>The Mars Volta</strong> – Frances the Mute (2005)</span></li>
<li><span style="color: #ff0000;"><strong>Wilco </strong>– Sky Blue Sky (2007)</span></li>
<li><span style="color: #ff0000;"><strong>Queens of the Stone Age</strong> – Songs for he Deaf (2002)</span></li>
<li><span style="color: #ff0000;"><strong>Arcade Fire</strong> – Funeral (2004)</span></li>
<li><span style="color: #ff0000;"><strong>Madrugada</strong> – The Deep End (2005)</span></li>
<li><span style="color: #ff0000;"><strong>&#8230;and You Will Know us by the Trail of Dead</strong> – Source Tags &amp; Codes (2002)</span></li>
<li><span style="color: #ff0000;"><strong>Radiohead </strong>– Kid A (2000)</span></li>
<li><span style="color: #ff0000;"><strong>Primal Scream</strong> – XTRMNTR (2000)</span></li>
<li><span style="color: #ff0000;"><strong>Godspeed You Black Emperor!</strong> – Lift Your Skinny Fists&#8230; (2000)</span></li>
<li><span style="color: #339966;"><strong>TV on the Radio</strong> – Dear Science (2008)</span></li>
<li><span style="color: #339966;"><strong>Bright Eyes</strong> – I&#8217;m Wide Awake, it&#8217;s Morning (2005)</span></li>
<li><span style="color: #339966;"><strong>Modest Mouse</strong> – Good News for People Who Love Bad News (2004)</span></li>
<li><span style="color: #339966;"><strong>Paul Weller</strong> – 22 dreams</span></li>
<li><span style="color: #339966;"><strong>Morrisey </strong>– You are the Quarry (2004)</span></li>
<li><span style="color: #339966;"><strong>Doves </strong>– Kingdom of Rust (2009)</span></li>
<li><span style="color: #339966;"><strong>Elliott Smith</strong> – From a Basement on the Hill (2004)</span></li>
<li><span style="color: #339966;"><strong>Spoon </strong>– Ga Ga Ga Ga Ga (2007)</span></li>
<li><span style="color: #339966;"><strong>The (International) Noise Conspiracy</strong> – Armed Love (2004)</span></li>
<li><span style="color: #339966;"><strong>Supersystem </strong>– A millin microphones</span></li>
<li><strong>Mercury Rev</strong> -Snowflake at Midnight (2008)</li>
<li><strong>Patrick Wolf </strong>– The Magic Position (2007)</li>
<li><strong>The Flaming Lips</strong> – Yoshimi Battles the Pink Robots (2002)</li>
<li><strong>Belle and Sebastian</strong> – Dear Catastrophy Waitress (2003)</li>
<li><strong>Eels </strong>– Hombre Lobo (2009)</li>
<li><strong>dEUS </strong>– Vantage point</li>
<li><strong>Kings of Leon</strong> – Because of the Times</li>
<li><strong>The Dirtbombs</strong> – We Have you Surrounded</li>
<li><strong>The Hellacopters</strong> – High Visibility (2002)</li>
<li><strong>Them Crooked Vultures</strong> (2009)</li>
<li><strong>Against me</strong> – New Wave</li>
<li><strong>The Rapture</strong> – Echoes (2003)</li>
<li><strong>Alec Empire </strong>- Futurist</li>
<li><strong>Ardecore </strong>(2005)</li>
<li><strong>Elvis Costello and the Imposters</strong> – Momofuku</li>
<li><strong>Badly Drawn Boy</strong> – Have you Fed the Fish? (2002)</li>
<li><strong>Bloc Party</strong> – A Weekend in the City</li>
<li><strong>Caribou </strong>– Andorra</li>
<li><strong>The Hives</strong> – Tyrannosaurus Hives</li>
<li><strong>Daniel Johnston </strong>– Rejected Unknown</li>
<li><strong>Elbow </strong>– Asleep in the Back (2001)</li>
<li><strong>XTC </strong>– Wasp Star (Apple Venus Vol.2) (2000)</li>
<li><strong>Interpol </strong>– Turn on the Bright Lights (2002)</li>
<li><strong>Kings of Convenience</strong> – Riot on an Empty Street</li>
<li><strong>Motorpsycho </strong>– Black Hole/Blank Canvas (2006)</li>
<li><strong>Today is the Day </strong>– Kiss the Pig (2004)</li>
<li><strong>Scott Walker</strong> – The Drift</li>
<li><strong>Franz Ferdinand</strong> (2004)</li>
<li><strong>The Gutter Twins</strong> – Saturnalia (2008)</li>
<li><strong>The Panda Band</strong> – This Vital Chapter</li>
</ol>
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		<title>Black Dog &#124; Sala prove e live stage</title>
		<link>http://www.sideways.it/index.php/black-dog-sala-prove-e-live-stage/</link>
		<comments>http://www.sideways.it/index.php/black-dog-sala-prove-e-live-stage/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2009 16:14:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Morena</dc:creator>
				<category><![CDATA[blog]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[musica dal vivo a firenze]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm">È stata una settimana “seek &#38; destroy” per me e la mia band &#8211; I Morti &#8211; che da sola riporterà in auge il garage beat &#8216;66. Orfani di sala prove e strumenti vari, siamo infine approdati alla Black Dog, una sala che ha meno di un anno di vita e che non ero mai riuscito a vedere, purtroppo e per fortuna. Per fortuna perché nell&#8217;ultimo anno non mi era toccato di muovere il culo più di tanto per cercare un posto dove provare.</p>
<p><a href="http://www.sideways.it/index.php/black-dog-sala-prove-e-live-stage/" class="more-link">Read more on Black Dog &#124; Sala prove e live stage&#8230;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm">È stata una settimana “seek &amp; destroy” per me e la mia band &#8211; I Morti &#8211; che da sola riporterà in auge il garage beat &#8216;66. Orfani di sala prove e strumenti vari, siamo infine approdati alla Black Dog, una sala che ha meno di un anno di vita e che non ero mai riuscito a vedere, purtroppo e per fortuna. Per fortuna perché nell&#8217;ultimo anno non mi era toccato di muovere il culo più di tanto per cercare un posto dove provare.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm"><span id="more-325"></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm">Purtroppo perché la cosa bella è che oltre alle quattro sale per provare c&#8217;è anche un bel bar con salotto e palco lì apposta per ospitare band che ogni sabato danno vita a serate di musica verace. A quanto ho potuto constatare nel poco tempo passatoci, la Black Dog riempie una lacuna spaventosa nel panorama fiorentino: la mancanza pressoché totale di spazi per suonare destinati ai gruppi base. Ci andrò sicuramente ad una delle prossime serate, per vedere se il fiuto mi ha abbandonato del tutto, perché il posto è meravigliosamente vicino al mio studio, e per fare un saluto ai gestori, che oltre che molto gentili e disponibili sembrano anche molto appassionati in questa che mi sembra una vera e propria impresa. Anche e soprattutto perché mi sembra che a Firenze siamo rimasti a suonare solo in quattro cani. Morti.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">Le sale in sé hanno un&#8217;ottima strumentazione, sono spaziose e accoglienti, e non costano poi così tanto. E soprattutto le birre costano poco e ci posso andare a piedi.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">Link: <a href="http://www.blackdogclub.com/">http://www.blackdogclub.com/</a></p>
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		<title>Concerto per l&#8217;Abruzzo @ Mandela Forum &#124; 20apr2009</title>
		<link>http://www.sideways.it/index.php/concerto-per-labruzzo-mandela-forum-20apr2009/</link>
		<comments>http://www.sideways.it/index.php/concerto-per-labruzzo-mandela-forum-20apr2009/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2009 14:07:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Morena</dc:creator>
				<category><![CDATA[blog]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[maggio musicale]]></category>
		<category><![CDATA[Zubin Mehta]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> Che meravigliosa dimostrazione d&#8217;amore quella di Zubin Mehta ieri sera al Mandela Forum di Firenze. Un concerto allestito in pochi giorni, per tamponare col più solido muro che l&#8217;uomo abbia mai eretto – quello del suono – i fiumi di disperazione che dall&#8217;Abruzzo straripano nel resto di un Paese più e meno sinceramente addolorato. Un gesto, quello del Maestro e di tutto il Maggio Musicale Fiorentino, che porta con sé la doppia bellezza della musica e della solidarietà: 3500 spettatori, infatti, hanno potuto godere tutta la maestosità della Sinfonia n. 2 di Mahler che, grazie a uno sforzo collettivo di tutta la città, è stata riproposta per raccogliere fondi da devolvere alla ricostruzione del dopo-terremoto.</p>
<p><a href="http://www.sideways.it/index.php/concerto-per-labruzzo-mandela-forum-20apr2009/" class="more-link">Read more on Concerto per l&#8217;Abruzzo @ Mandela Forum &#124; 20apr2009&#8230;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> Che meravigliosa dimostrazione d&#8217;amore quella di Zubin Mehta ieri sera al Mandela Forum di Firenze. Un concerto allestito in pochi giorni, per tamponare col più solido muro che l&#8217;uomo abbia mai eretto – quello del suono – i fiumi di disperazione che dall&#8217;Abruzzo straripano nel resto di un Paese più e meno sinceramente addolorato. Un gesto, quello del Maestro e di tutto il Maggio Musicale Fiorentino, che porta con sé la doppia bellezza della musica e della solidarietà: 3500 spettatori, infatti, hanno potuto godere tutta la maestosità della Sinfonia n. 2 di Mahler che, grazie a uno sforzo collettivo di tutta la città, è stata riproposta per raccogliere fondi da devolvere alla ricostruzione del dopo-terremoto.</p>
<p><span id="more-322"></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm">Gli applausi della folla in piedi non erano solo per la “Resurrezione” di Mahler, non solo per i magnifici musicisti, non solo per Akiko Nakajima e Marjana Lipovsek (le soliste), non solo per l&#8217;imponente coro, ma anche e soprattutto per la statura artistica e morale di Zubin Mehta, che nonostante i tagli drammatici al programma del Maggio di quest&#8217;anno, ha dimostrato ancora una volta il più grande e sincero amore per una città e per un Paese che stentano a dimostrargliene altrettanto.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">Sarei un bugiardo se provassi a ostentare anche il minimo orgoglio per aver devoluto 10 euro all&#8217;Abruzzo. Io non ho devoluto proprio niente: ho pagato 10 miseri euro per ricevere in cambio la magia di una grande esecuzione, che è passata a dispetto dei cigolii dei seggiolini e dell&#8217;acustica infame del Palazzetto dello Sport. Tutto il merito va a Mehta e ai suoi 200 collaboratori: sono loro che hanno tolto tempo prezioso alle prove del Crepuscolo degli Dei di Wagner per mettere la propria arte a disposizione di chi soffre e, purtroppo, soffrirà nei prossimi anni. Senza casa, senza musica. Che per quanto mi riguarda sono la stessa cosa. Sono felice che quei 10 euro, 32mila in tutto, risponderanno all&#8217;appello di Giorgio Battistelli, presidente della Società Aquilana dei Concerti, affinché si faccia qualcosa per riportare la musica all&#8217;Aquila il prima possibile. Quei soldi serviranno a costruire un palatenda per ospitare concerti e a comprare strumenti musicali per i tanti musicisti che ne avranno bisogno.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">Non mi sento orgoglioso, ma sereno, per aver potuto dare un piccolo contributo per QUESTA causa specifica. So bene che urge ridare agli abruzzesi le case, prima che la musica. Ma ho molte più difficoltà a mandare un sms o a fare un versamento alla Protezione Civile. Perché credo in una solidarietà di Stato, e non nell&#8217;episodica provvidenza sociale dopo le catastrofi. Perché vorrei far parte di uno stato che con le mie tasse ci paga la ricostruzione dell&#8217;Abruzzo anziché i progetti di un merdoso ponte sullo stretto di Messina.</p>
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		<title>Afterhours &#124; live @ Saschall, 13mag2008</title>
		<link>http://www.sideways.it/index.php/afterhours-live-saschall-13mag2008/</link>
		<comments>http://www.sideways.it/index.php/afterhours-live-saschall-13mag2008/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 15 May 2008 13:12:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Morena</dc:creator>
				<category><![CDATA[blog]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[musica dal vivo a firenze]]></category>
		<category><![CDATA[saschall]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.sideways.it/index.php/afterhours-live-saschall-13mag2008/</guid>
		<description><![CDATA[<p>All&#8217;ottavo album gli Afterhours di <strong>Manuel Agnelli</strong> continuano ad essere in forma smagliante, e grazie al cielo sembrano ancora lontani dalla &#8220;svolta cantautoriale&#8221; che come un virus sembra prendere gran parte delle sedicenti rock band italiane alla soglia dei 40. Il disco è tosto e volgare come sempre, come ci piace.<span id="more-286"></span><br />
Mi era già capitato diverse volte di vedere gli Afterhours dal vivo, ovviamente, vuoi perché sono sempre in tour, vuoi perché ai loro concerti aumentano esponenzialmente le possibilità di incontrare le ex (un concetto, &#8220;la ex&#8221;, di cui Agnelli è massimo acido cantore, cosa della quale gli siamo immensamente grati). Performance dal vivo, quelle dei milanesi, piuttosto altalenanti, la cui riuscita dipende sempre troppo dall&#8217;energia che il gruppo scambia col pubblico: una cosa bellissima, ma che fa nascere il sospetto che in una stanza vuota gli Afterhours siano delle mezze seghe.<br />
Del resto, io in una stanza vuota con gli Afterhours non vedo proprio cosa dovrei farci, perciò da bravo rockettaro stanco mi accontento di andare a sudare ai loro concerti (complice anche la trippa in continua espansione).<br />
<img src="http://www.afterhours.it/img/foto/u52.jpg" align="left" height="236" width="394" />Apre il concerto al Saschall <strong>Giovanni Ferrario</strong>, chitarra e voce, forse fuori contesto: il pubblico non sembra apprezzare, ma immagino che gli infoiati fan degli Afterhours disdegnerebbero anche i Led Zeppelin, stasera. Pochi pezzi per il veterano della scena rock italiana e internazionale, in bilico tra Hugo Race e i Dirty Tree, che lascia il palco agli headliner che raggiungerà più tardi per un bis corale.<br />
Il concerto delle piccole iene ingrana da subito: c&#8217;è posto per quasi tutto il nuovo album, meravigliosamente intitolato <em>I milanesi ammazzano il sabato</em>: molti brani dai ritmi serrati, anche se i momenti migliori (per tutto il concerto) arrivano con i brani più &#8220;lenti&#8221; e cacofonici, su tutti la sbilenca <em>È solo febbre</em>. Entusiasmano <em>Bye bye Bombay</em>, <em>Quello che non c&#8217;è</em> e <em>La verità che ricordavo</em>, ma in generale nessun pezzo è suprefluo o sottotono. Incomprensibile solo la <em>Tarantella all&#8217;inazione</em>, che come ogni forma di musica etnica calabro-lucana avrei preferito mai nata (parola di lucano DOC). Mi concentro sul meraviglioso testo (&#8221;è la complicità nel volo, o è la linea del tuo culo?&#8221;), sorprendendomi a tratti a tastare la mia innamorata &#8211; che mi ha perfino regalato il biglietto &#8211; per sentirmi maggiormente in sintonia con la poesia del momento.<br />
Tutto procede alla grande, fino all&#8217;inevitabile uscita con doppio rientro secondo copione, ma stavolta c&#8217;è una sorpresa: i sei Afterhours riappaiono sulla galleria dove i tecnici hanno fatto loro un po&#8217; di spazio e sistemato i microfoni. Teste girate e in su in platea, per cantare tutti in coro <em>Voglio una pelle splendida</em>. Troppo in coro per i miei gusti, che non ho apprezzato affatto la sorpresa: Manuel Agnelli non accenna neanche una parola del ritornello, mangiapane a tradimento, e poi voglio dire, se volevo sentirla in versione coretto da stadio andavo allo stadio. Va bene che il pubblico ti adora, però così rischi di sembrare la cover band di te stesso. (per insultarmi: <a href="mailto:info@sideways.it">info@sideways.it</a>)<br />
Il rientro vero e proprio va molto meglio, nonostante la cover di <em>Stop, hey, what&#8217;s that sound</em> dei Buffalo Springfield non sembri una scelta azzeccata al 100%. Lasciate a casa le ballatone tanto amate ma che tanto hanno stufato a questo punto, Agnelli &#38; Co. regalano una mezz&#8217;ora buona di musica extra (musica, non coretti da osteria), guadagnandosi scroscianti e meritati applausi, sia dei fan senza se e senza ma, sia dei rompipalle come me che continueranno ad andare ai loro concerti con grande piacere (soprattutto se la mia innamorata continua a regalarmi il biglietto).</p>
<p><a href="http://www.sideways.it/index.php/afterhours-live-saschall-13mag2008/" class="more-link">Read more on Afterhours &#124; live @ Saschall, 13mag2008&#8230;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>All&#8217;ottavo album gli Afterhours di <strong>Manuel Agnelli</strong> continuano ad essere in forma smagliante, e grazie al cielo sembrano ancora lontani dalla &#8220;svolta cantautoriale&#8221; che come un virus sembra prendere gran parte delle sedicenti rock band italiane alla soglia dei 40. Il disco è tosto e volgare come sempre, come ci piace.<span id="more-286"></span><br />
Mi era già capitato diverse volte di vedere gli Afterhours dal vivo, ovviamente, vuoi perché sono sempre in tour, vuoi perché ai loro concerti aumentano esponenzialmente le possibilità di incontrare le ex (un concetto, &#8220;la ex&#8221;, di cui Agnelli è massimo acido cantore, cosa della quale gli siamo immensamente grati). Performance dal vivo, quelle dei milanesi, piuttosto altalenanti, la cui riuscita dipende sempre troppo dall&#8217;energia che il gruppo scambia col pubblico: una cosa bellissima, ma che fa nascere il sospetto che in una stanza vuota gli Afterhours siano delle mezze seghe.<br />
Del resto, io in una stanza vuota con gli Afterhours non vedo proprio cosa dovrei farci, perciò da bravo rockettaro stanco mi accontento di andare a sudare ai loro concerti (complice anche la trippa in continua espansione).<br />
<img src="http://www.afterhours.it/img/foto/u52.jpg" align="left" height="236" width="394" />Apre il concerto al Saschall <strong>Giovanni Ferrario</strong>, chitarra e voce, forse fuori contesto: il pubblico non sembra apprezzare, ma immagino che gli infoiati fan degli Afterhours disdegnerebbero anche i Led Zeppelin, stasera. Pochi pezzi per il veterano della scena rock italiana e internazionale, in bilico tra Hugo Race e i Dirty Tree, che lascia il palco agli headliner che raggiungerà più tardi per un bis corale.<br />
Il concerto delle piccole iene ingrana da subito: c&#8217;è posto per quasi tutto il nuovo album, meravigliosamente intitolato <em>I milanesi ammazzano il sabato</em>: molti brani dai ritmi serrati, anche se i momenti migliori (per tutto il concerto) arrivano con i brani più &#8220;lenti&#8221; e cacofonici, su tutti la sbilenca <em>È solo febbre</em>. Entusiasmano <em>Bye bye Bombay</em>, <em>Quello che non c&#8217;è</em> e <em>La verità che ricordavo</em>, ma in generale nessun pezzo è suprefluo o sottotono. Incomprensibile solo la <em>Tarantella all&#8217;inazione</em>, che come ogni forma di musica etnica calabro-lucana avrei preferito mai nata (parola di lucano DOC). Mi concentro sul meraviglioso testo (&#8221;è la complicità nel volo, o è la linea del tuo culo?&#8221;), sorprendendomi a tratti a tastare la mia innamorata &#8211; che mi ha perfino regalato il biglietto &#8211; per sentirmi maggiormente in sintonia con la poesia del momento.<br />
Tutto procede alla grande, fino all&#8217;inevitabile uscita con doppio rientro secondo copione, ma stavolta c&#8217;è una sorpresa: i sei Afterhours riappaiono sulla galleria dove i tecnici hanno fatto loro un po&#8217; di spazio e sistemato i microfoni. Teste girate e in su in platea, per cantare tutti in coro <em>Voglio una pelle splendida</em>. Troppo in coro per i miei gusti, che non ho apprezzato affatto la sorpresa: Manuel Agnelli non accenna neanche una parola del ritornello, mangiapane a tradimento, e poi voglio dire, se volevo sentirla in versione coretto da stadio andavo allo stadio. Va bene che il pubblico ti adora, però così rischi di sembrare la cover band di te stesso. (per insultarmi: <a href="mailto:info@sideways.it">info@sideways.it</a>)<br />
Il rientro vero e proprio va molto meglio, nonostante la cover di <em>Stop, hey, what&#8217;s that sound</em> dei Buffalo Springfield non sembri una scelta azzeccata al 100%. Lasciate a casa le ballatone tanto amate ma che tanto hanno stufato a questo punto, Agnelli &amp; Co. regalano una mezz&#8217;ora buona di musica extra (musica, non coretti da osteria), guadagnandosi scroscianti e meritati applausi, sia dei fan senza se e senza ma, sia dei rompipalle come me che continueranno ad andare ai loro concerti con grande piacere (soprattutto se la mia innamorata continua a regalarmi il biglietto).</p>
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		<title>Zen Circus ftg Brian Ritchie &#124; live @ Flog, 8mar 2008</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Mar 2008 10:35:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Morena</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Pianificare un&#8217;uscita <strong>sabato 8 marz</strong>o non può prescindere dalla considerazione che la <strong>festa della Donna</strong> genera mostri. Ormai spoglia di qualsiasi connotato politico e sociale a celebrazione di conquiste paritetiche sacrosante, negli ultimi anni la &#8220;festa&#8221; è diventata oggetto di forsennata strumentalizzazione da parte di Coca Cola e compagnia bella che, dato ormai per acquisito Babbo Natale, ha bisogno di nuovi mercati. E siccome le donne hanno (ma guarda che scoperta) potere d&#8217;acquisto, ogni mezzo è buono per indurle a spendere.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Pianificare un&#8217;uscita <strong>sabato 8 marz</strong>o non può prescindere dalla considerazione che la <strong>festa della Donna</strong> genera mostri. Ormai spoglia di qualsiasi connotato politico e sociale a celebrazione di conquiste paritetiche sacrosante, negli ultimi anni la &#8220;festa&#8221; è diventata oggetto di forsennata strumentalizzazione da parte di Coca Cola e compagnia bella che, dato ormai per acquisito Babbo Natale, ha bisogno di nuovi mercati. E siccome le donne hanno (ma guarda che scoperta) potere d&#8217;acquisto, ogni mezzo è buono per indurle a spendere.</p>
<p><span id="more-259"></span><img src="http://www.robertacarrieri.com/news_files/tres1.jpg" align="left" height="208" width="311" />Nessuna sorpresa se anche questa data, nata per commemorare le 140 donne morte nell&#8217;incendio della fabbrica Triangle  a New York nel 1911 e assurta nel 1921 a data simbolo della conquista di diritti da parte delle donne, sia rapidamente sublimata in una solenne pagliacciata. L&#8217;immagine che ne abbiamo è di orde di forsennate che si accapigliano per infilare biglietti da 10 euro negli slip degli spogliarellisti che col cachet di una serata si campano tre mesi. Immagine triste che forse sta altrettanto rapidamente negando sé stessa.<br />
Sarà solo una mia sensazione, ma mi sembra che &#8220;la donna&#8221;, nel senso di categoria (quanto mai astratta e posticcia), si stia dimostrando ben più intelligente di quanto la vogliano le multinazionali: si odono voci di tante serate annullate per mancanza di prenotazioni, e soprattutto, appena messo il naso fuori casa, sabato, saltava alle narici il puzzo del deserto: quattro macchine per strada alle 9 di sabato sera è uno scenario fuori dal normale.<br />
Arrivo in tempo record da <a href="http://www.drinkadrink.com/strizzi-bar-frutta-e-flayr-nella-nuova-gestione-di-un-mitico-locale-di-firenze/">Omar</a>, che tira giù le saracinesche con due ore d&#8217;anticipo sull&#8217;orario di chiusura. Tanto c&#8217;è tre clienti in croce (cose mai viste).<br />
<img src="http://a221.ac-images.myspacecdn.com/images01/73/l_a0c0da904e0c8cde5b1adc79c373d694.jpg" align="left" height="463" width="308" /> Col mio pard ci dirigiamo alla <strong>Flog</strong>, dove non si fatica a guardare negli occhi ogni singolo spettatore. La scena è piuttosto surreale: sul palco c&#8217;è <strong>Roberta Carrieri</strong>, in versione solista senza i <strong>Fiamma Fumana</strong>, chitarra in collo, che canta canzoni spagnole con la sua magnifica voce mentre <strong>Davide Toffolo dei 3 Allegri Ragazzi Morti</strong> (che, per chi non lo sapesse, è anche un apprezzato autore di fumetti) disegna, sporca copie del suo nuovo fumetto (<em>Très!</em>), invade le pagine con fiumi di sangue a pennello rosso. Una performance che i due stanno portando in giro già da un po&#8217;.<br />
Quando arriva il momento degli <strong>Zen Circus</strong> il pubblico è ancora sparuto, ma i tre ragazzacci pisani sono in forma e sembrano non farci molto caso. C&#8217;è anche un altro ragazzaccio con qualche anno in più ad accompagnarli: è <strong>Brian Ritchie dei Violent Femmes</strong> che, dopo averli incontrati, ha prima proposto di produrgli il disco, e alla fine è entrato nel gruppo (almeno per il tour).</p>
<p>I quattro fanno casino e si divertono alla grande, tutta energia, ritmo e subwoofer (due bassi, e il batterista ha una seconda cassa al posto del timpano&#8230;): è Brian Ritchie a giocare a fare &#8220;lo Zen Circus&#8221;, e non loro a fare i Violent Femmes. C&#8217;è spazio sì per un paio di cover di classici dei Femmes, ma non infiammano e restano sottotono rispetto al repertorio dei tre. Saluti, e poi qualche bis di lusso: uno con <strong>Federico Fiumani</strong>; l&#8217;inevitabile cover dei <strong>Ramones</strong>; poi <em>Mio fratellino ha scoperto il rock&#8217;n'roll</em> assieme a Davide Toffolo, la <strong>cover degli Art Brut</strong> presente sull&#8217;ultimo album dei Ragazzi Morti, suonata proprio con Brian Ritchie e gli Zen Circus. Chiude <em>Gone Daddy Gone</em> con Ritchie allo xilofono, e con la netta sensazione che della Festa della Donna, almeno qui dentro, non gliene può fregare di meno a nessuno. La musica, per fortuna, non celebra cazzate.</p>
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		<title>Caribou &#124; live @ Sala Vanni, 6mar2008</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Mar 2008 13:41:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Morena</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>È approdato ieri 6 marzo 2008 a Firenze un nome di grande valore sul panorama della psichedelia: <strong>Daniel Victor Snaith</strong> col suo ensemble, i <strong>Caribou</strong>, precedentemente noti col nome di <strong>Manitoba</strong>, finché Richard &#8220;Handsome Dick&#8221; Manitoba non gli fece causa sulla proprietà del nome (Manitoba, non Handsome Dick, sic&#8230;), vincendola.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>È approdato ieri 6 marzo 2008 a Firenze un nome di grande valore sul panorama della psichedelia: <strong>Daniel Victor Snaith</strong> col suo ensemble, i <strong>Caribou</strong>, precedentemente noti col nome di <strong>Manitoba</strong>, finché Richard &#8220;Handsome Dick&#8221; Manitoba non gli fece causa sulla proprietà del nome (Manitoba, non Handsome Dick, sic&#8230;), vincendola.</p>
<p><span id="more-256"></span><br />
Una serata climaticamente orrenda, che coronava in bruttezza una giornata in cui mi è capitato di vedere sole, vento, pioggia, neve e grandine. Mancava solo una tempesta di sabbia. Meno male che c&#8217;è la musica&#8230;<br />
Il concerto dei Caribou non era stato annunciato (a mio parere) con adeguato anticipo e risonanza, e la stessa location non si presentava proprio come la più adatta a contenere una simile performance: le comode poltrone della suggestiva <strong>Sala Vanni</strong> di piazza del Carmine infatti meglio si prestano alle sperimentazioni jazz e ai compositori contemporanei promossi da <strong>Musicus Concentus</strong> (i co-organizzatori dell&#8217;evento), che non a rock e affini. C&#8217;è un elemento basilare ad avallo di questa tesi: in Sala Vanni la batteria si sente male, e i Caribou ne hanno addirittura due!</p>
<p><img src="http://b1.ac-images.myspacecdn.com/00450/11/30/450600311_l.jpg" /><br />
Poi, devo confessare di avere una malattia che mi impedisce di vedere concerti rock da seduto: mi vengono le convulsioni, mi si raggrinzisce la pelle, ecc.<br />
Date le premesse (clima, location, pubblicità), per non parlare della ritrosia dei fiorentini a muovere il culo dal divano di casa, confesso che mi aspettavo la sala semideserta, e invece con sommo piacere ho potuto contare ben pochi posti vuoti.<br />
Apre <strong>Peckinpah </strong>(spero di aver capito bene il nome), da solo chitarra e bellissima voce, forse troppo crepuscolare per i miei gusti, ma obiettivamente di qualità. Una manciata di pezzi e poi Caribou.<br />
Avevo visto i Manitoba ad Arezzo quando promuovevano <em>Up in flames</em>, il loro stupendo secondo album, e avevano a mio parere eclissato gli headliner <strong>Calexico</strong>, una vera delusione dal vivo (nel mezzo un fantastico <strong>Arto Lindsay</strong>).<br />
Stavolta niente maschere da orsacchiotti, ma sobrie t-shirt e nessuna attitudine. Il palco è allestito, forse per scelta forse per necessità, in maniera insolita: i quattro musicisti (basso, chitarra, batteria e Snaith) convergono verso il centro: in prominenza le due batterie si fronteggiano, e Snaith quando non canta, non suona la chitarra o la diamonica o altre diavolerie elettroniche, bissa il batterista ufficiale pestando a più non posso in divagazioni psichedeliche sui brani tratti in gran parte da Andorra, il loro recente capolavoro discografico.<br />
Non ci sono luci di scena, e al loro posto sopra e dietro il gruppo vengono proiettate immagini psichedeliche pure quelle (niente orsetti). Nonostante le paure iniziali, e un suono non cristallino, la musica dei Caribou sovrasta ogni inconveniente e fa dimenticare il clima, le poltrone e tutto il resto. Dal vivo ancor più che su disco esalta l&#8217;astruso connubio, perfettamente riuscito, fra voci eteree e ritmiche forsennate, che è un po&#8217; la marca distintiva della band canadese, che chiude senza bis un concerto che gli assenti dovrebbero rimpiangere.<br />
Prossimo appuntamento per il mini-festival organizzato dai lodevoli <strong>Reality Bite(r)s</strong> dedicato alla psichedelia, domenica 16 marzo con i <strong>Dead Meadow</strong>, sempre in Sala Vanni.</p>
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		<title>The Mars Volta &#124; live @ Alcatraz, Milano, 27feb2008</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Feb 2008 11:55:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Morena</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Io non seguo molto la bosa nova, né i compositori moderni, ma temo che né in questi né in ogni altro ambiente musicale sulla Terra esistano espressioni di livello paragonabile ai <strong>Mars Volta</strong>. E non perché non ci siano grandi gruppi, non perché non esistano musicisti eccezionali: sono i Mars Volta che sembrano scesi da un altro pianeta.</p>
<p><a href="http://www.sideways.it/index.php/the-mars-volta-live-alcatraz-milano-27feb2008/" class="more-link">Read more on The Mars Volta &#124; live @ Alcatraz, Milano, 27feb2008&#8230;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Io non seguo molto la bosa nova, né i compositori moderni, ma temo che né in questi né in ogni altro ambiente musicale sulla Terra esistano espressioni di livello paragonabile ai <strong>Mars Volta</strong>. E non perché non ci siano grandi gruppi, non perché non esistano musicisti eccezionali: sono i Mars Volta che sembrano scesi da un altro pianeta.</p>
<p><span id="more-243"></span><br />
Non c’è niente di tecnico in questa considerazione, nessuna pretesa di imparzialità, nessun distacco emotivo: sarebbe inutile e didascalico nel raccontare la più straordinaria esperienza musicale alla quale mi sia capitata la fortuna di assistere nella mia vita. Alla soglia dei 20 anni di assidua frequentazione di concerti di ogni genere e specie, si è finalmente materializzato tutto ciò che a mio parere rende la musica il solo vero motivo per cui vale la pena vivere questa vita d’inferno. <strong>È accaduto all’Alcatraz di Milano il 27 febbraio 2008</strong>.</p>
<p><img src="http://www.sideways.it/wp-content/uploads/2008/02/marsvolta2.jpg" alt="marsvolta2.jpg" align="left" />Dissertare sulla scaletta del concerto sarebbe l’ennesima operazione pedante, visto che i Mars Volta passano equamente in rassegna il repertorio dei quattro album ufficiali, stravolgendo quelle che è già difficile chiamare propriamente “canzoni”: i pezzi si dilatano, si aprono ad improvvisazioni fiume, prendono strade nuove e diverse da quelle tracciate in studio, finendo per diventare un solo, straordinario brano di tre ore. Al posto delle pause ci sono interludi strumentali che fanno riprendere fiato a <strong>Thomas Pridgen</strong>, una pantera che suona la batteria come se dovesse farla decollare per lo spazio. Divagazioni psichedeliche da un assalto sonoro violentissimo e sanguigno, che manda <strong>Cedric Bixler Zavala</strong> in trance quando non canta, e lo spinge a spaccare tutto, pezzi della batteria, amplificatori, aste del microfono, i cui resti vengono incoscientemente lanciati tra il pubblico. Ma tutto in realtà ruota attorno ad <strong>Omar Rodriguez Lopez</strong>, anima, mente, cuore e chitarra del gruppo: seguirlo su disco è sempre stata impresa non facile, ma qui, sul palco, questo sorridente portoricano è il centro del mondo, è il numero uno del mondo. Sbaglia, si dimentica i pezzi (e Cedric lo rimprovera e lo costringe a rifare due volte <em>Asilos Magdalena</em>), stecca, salta e sbraita. Doveva essere così, Jimi Hendrix sul palco. Doveva suonare così. Questa divinità delle sei corde tira dritto per tre ore, e in tre o quattro momenti parte per degli assoli che durano decine di minuti, senza mai ripetersi, senza mai perdere tensione, senza mai cambiare chitarra, accordandosi a orecchio, senza le minchiate che le mezze seghe devono mettere in scena per sembrare rock star.</p>
<p>C’è solo musica, vera, potente, suonata da veri eroi dello strumento: virtuosi e senza nessuna vanagloria, che suonano perché è tutto ciò che conta, non perché ci sono party e sedute dall’estetista ad aspettarli. Che suonano perché la musica è la Verità.<br />
Non ci sono bis, non ce n’è bisogno: i Mars Volta danno tutto quello che hanno da dare, tre ore di fuoco, senza pose e senza economia: il mondo fuori non esiste, il domani non conta, ogni nota è suonata come se fosse l’ultima.</p>
<p>E per la prima volta nella mia vita, non ho rimpianto di non essere nato nel 1950.</p>
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		<title>Alec Empire &#124; live @ Flog, 23feb2008</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Feb 2008 12:03:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Morena</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.sideways.it/index.php/alec-empire-live-flog-23feb2008/</guid>
		<description><![CDATA[<p>Avevo visto <strong>Alec Empire</strong> a Pistoia ai tempi di <em>Futurist</em>, un album che era la summa del suo rifiuto anarco punk, e che rischiava di trasformarsi in un vicolo cieco creativo: quanto ancora avrebbe potuto strillare il teutonico prima di diventare la parodia di sé stesso? Che abbia fiutato o meno il pericolo, di fatto Alec Empire è giunto ad una svolta radicale nella sua carriera artistica, declinata tanto in studio quanto in dimensione live.</p>
<p><a href="http://www.sideways.it/index.php/alec-empire-live-flog-23feb2008/" class="more-link">Read more on Alec Empire &#124; live @ Flog, 23feb2008&#8230;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Avevo visto <strong>Alec Empire</strong> a Pistoia ai tempi di <em>Futurist</em>, un album che era la summa del suo rifiuto anarco punk, e che rischiava di trasformarsi in un vicolo cieco creativo: quanto ancora avrebbe potuto strillare il teutonico prima di diventare la parodia di sé stesso? Che abbia fiutato o meno il pericolo, di fatto Alec Empire è giunto ad una svolta radicale nella sua carriera artistica, declinata tanto in studio quanto in dimensione live.</p>
<p><span id="more-224"></span><br />
<img src="http://www.sideways.it/wp-content/uploads/2008/02/alecempire1.jpg" alt="alecempire1.jpg" align="left" />Alec ha comprato un vecchio sintetizzatore russo e assieme a <strong>Nic Endo</strong>, l’algida e affascinante compagna di sempre, ha cominciato a fare qualcosa di radicalmente diverso dal tecno-punk ultra accelerato che è il marchio di fabbrica suo come lo era stato degli <strong>Atari Teenage Riot</strong> ai tempi. Qualcosa che suona nuovo e datato al tempo stesso: il carisma e la convinzione dell’artista maturo che tenta un approccio inedito alla musica.</p>
<p>Il nostro sul palco della <strong>Flog </strong>è statuario, occhiali da sole avvolgenti, capelli scomposti e muso duro: <strong>ricorda molto Lou Reed</strong>, e a sentire il timbro vocale e l’incedere delle liriche, la somiglianza non si ferma all’aspetto. Sul versante musicale sembra una versione aggiornata e potenziata degli <strong>Alien Sex Fiend</strong>, con Nic Endo a controllare le macchine e l’apporto inedito e “pesante” di un chitarrista, che dà al tutto un’atmosfera rock mai vista per Alec Empire. Anche il disegno luci è molto curato, con le stelle a quattro punte – logo di Alec – illuminate un po’ ovunque: ce n’è una perfino sotto la base del microfono, e non ci stupiremmo a un certo punto di vedergliene un paio al neon sotto le ascelle. Il concerto propone tutto il nuovo album, <em>The Golden Foretaste of Heaven</em>, e solo nel finale trovano posto un paio di canzoni dal vecchio repertorio, perfettamente integrate col nuovo mood di Empire, che avrà anche bisogno di prendere un po’ più di confidenza con la sua voce finalmente modulata, ma che di sicuro ha già fatto un enorme balzo evolutivo in quanto a “umanità”. È lui stesso il primo ad accorgersene, e instaura col pubblico un feedback continuo e appassionato, cosa che non sempre gli riusciva in passato. Resta intatta tutta l’aggressività e l’insofferenza che gli sono caratteristiche, ma a fine concerto le orecchie sono ancora sane e non si avverte la sensazione, provata altre volte, di essere stati in gita all’inferno.</p>
<p>Forse a qualcuno questa svolta non piacerà, forse Alec Empire ha abdicato dal trono di musicista più violento della Terra, ma di sicuro non da quello di più coraggioso. E in musica chi non si evolve muore.</p>
<p>Ah, c’era <strong>Tying Tiffany</strong> ad aprire la serata, ma io no…</p>
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		<title>Deville &#124; live @ Flog, 2feb2008</title>
		<link>http://www.sideways.it/index.php/deville-live-flog-2feb2008/</link>
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		<pubDate>Mon, 04 Feb 2008 08:21:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Morena</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.sideways.it/index.php/deville-live-flog-2feb2008/</guid>
		<description><![CDATA[<p>Fine settimana uggioso a Firenze e poca voglia di stare in giro: ma a casa, si sa, si dura poco.<br />
Per chi avesse voglia di rock bello peso <strong>la Flog </strong>offriva sabato sera un <strong>doppio live coi locali Dinamo e con gli svedesi Deville</strong>. Mi sarei aspettato la solita confusione da <strong>Saturday Rock Fever</strong>, e invece l’auditorium del Poggetto è stato mezzo disertato dalle folle, che probabilmente hanno preferito i ritmi techno di <strong>Felix Krocher che metteva dischi al Central Park</strong> (“trasferito” dalla Fortezza per non meglio precisate ragioni). Ma è solo un’ipotesi, aspetto lumi.<span id="more-148"></span><br />
Confesso di aver bighellonato dentro e fuori la Flog per tutta la durata del concerto dei <strong>Dinamo</strong>, che hanno un sound di poco richiamo alle mie orecchie. Incontro un noto attore della scena fiorentina che mi suggerisce un termine che ben descrive la band toscana: <strong>generici</strong>. Sob.<br />
<img src="http://www.deville.nu/Bilder/pic/smoke_stage.jpg" alt="Deville live" align="left" height="225" width="350" />Arrivano i <strong>Deville </strong>in formazione classica: basso, chitarra e batteria, più <strong>Andreas Bengtsson</strong> che canta, suona la chitarra e rappresenta un po’ il cuore e l’anima del gruppo. I quattro sono potenti e macinano note di pietra, le chitarre sono sature e per una volta alla Flog si sente addirittura bene. Ogni discernimento sul quartetto di Malmö, però, può esser fatto solo dopo un chiarimento: i Deville non è che si ispirino ai Kyuss, è che sembrano proprio <strong>una cover band dei Kyuss</strong>. Le canzoni sono scritte dai Deville, ma ogni singolo riff richiama alla mente questa o quella canzone di <em>Blues for the red sun</em> o <em>Sky Valley</em>. Tutta l’impostazione del songwriting è diretta filiazione dei desert combo di Josh Homme &#38; Co., ma di questi i Deville non hanno né il carisma, né le doti canore e strumentali, né la varietà artistica. Non sono affatto male, diverse cose gli riescono bene, ma alla lunga la voce di Bengtsson risulta troppo monotona, e si perde la speranza di ascoltare qualcosa di inatteso. Coi miei ci domandiamo com’è che in Italia abbiamo le stesse chitarre e gli stessi amplificatori eppure non riusciamo a fare quel suono, e decidiamo che deve esserci qualche <strong>embargo segreto</strong> che li blocca alla frontiera e li sostituisce con repliche assolutamente identiche nella forma ma con coni tarati per il chitarrista di Amedeo Minghi.<br />
Perché in fondo, se dalla Svezia avessero mandato giusto ampli, chitarre e pedali, forse non sarebbe cambiato granché.<br />
Una serata per soli appassionati, e anche per loro ben pochi brividi.</p>
<p><a href="http://www.sideways.it/index.php/deville-live-flog-2feb2008/" class="more-link">Read more on Deville &#124; live @ Flog, 2feb2008&#8230;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Fine settimana uggioso a Firenze e poca voglia di stare in giro: ma a casa, si sa, si dura poco.<br />
Per chi avesse voglia di rock bello peso <strong>la Flog </strong>offriva sabato sera un <strong>doppio live coi locali Dinamo e con gli svedesi Deville</strong>. Mi sarei aspettato la solita confusione da <strong>Saturday Rock Fever</strong>, e invece l’auditorium del Poggetto è stato mezzo disertato dalle folle, che probabilmente hanno preferito i ritmi techno di <strong>Felix Krocher che metteva dischi al Central Park</strong> (“trasferito” dalla Fortezza per non meglio precisate ragioni). Ma è solo un’ipotesi, aspetto lumi.<span id="more-148"></span><br />
Confesso di aver bighellonato dentro e fuori la Flog per tutta la durata del concerto dei <strong>Dinamo</strong>, che hanno un sound di poco richiamo alle mie orecchie. Incontro un noto attore della scena fiorentina che mi suggerisce un termine che ben descrive la band toscana: <strong>generici</strong>. Sob.<br />
<img src="http://www.deville.nu/Bilder/pic/smoke_stage.jpg" alt="Deville live" align="left" height="225" width="350" />Arrivano i <strong>Deville </strong>in formazione classica: basso, chitarra e batteria, più <strong>Andreas Bengtsson</strong> che canta, suona la chitarra e rappresenta un po’ il cuore e l’anima del gruppo. I quattro sono potenti e macinano note di pietra, le chitarre sono sature e per una volta alla Flog si sente addirittura bene. Ogni discernimento sul quartetto di Malmö, però, può esser fatto solo dopo un chiarimento: i Deville non è che si ispirino ai Kyuss, è che sembrano proprio <strong>una cover band dei Kyuss</strong>. Le canzoni sono scritte dai Deville, ma ogni singolo riff richiama alla mente questa o quella canzone di <em>Blues for the red sun</em> o <em>Sky Valley</em>. Tutta l’impostazione del songwriting è diretta filiazione dei desert combo di Josh Homme &amp; Co., ma di questi i Deville non hanno né il carisma, né le doti canore e strumentali, né la varietà artistica. Non sono affatto male, diverse cose gli riescono bene, ma alla lunga la voce di Bengtsson risulta troppo monotona, e si perde la speranza di ascoltare qualcosa di inatteso. Coi miei ci domandiamo com’è che in Italia abbiamo le stesse chitarre e gli stessi amplificatori eppure non riusciamo a fare quel suono, e decidiamo che deve esserci qualche <strong>embargo segreto</strong> che li blocca alla frontiera e li sostituisce con repliche assolutamente identiche nella forma ma con coni tarati per il chitarrista di Amedeo Minghi.<br />
Perché in fondo, se dalla Svezia avessero mandato giusto ampli, chitarre e pedali, forse non sarebbe cambiato granché.<br />
Una serata per soli appassionati, e anche per loro ben pochi brividi.</p>
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		<title>Giardini di Mirò vs. Il Fuoco &#124; live @ Viper, 25gen2008</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jan 2008 15:18:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Morena</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>In Germania non sai mai quante sigarette ci trovi dentro ai pacchetti, perché con questo sistema hanno aggirato le regole sul prezzo imposto. Ci trovo un sinistro parallelismo col <strong>Viper Theatre</strong>: non sai mai quanta gente ci trovi dentro, perché il pubblico fiorentino è imprevedibile e sfuggente come un tabaccaio tedesco.<span id="more-113"></span></p>
<p><a href="http://www.sideways.it/index.php/giardini-di-miro-vs-il-fuoco-live-viper-25gen2008/" class="more-link">Read more on Giardini di Mirò vs. Il Fuoco &#124; live @ Viper, 25gen2008&#8230;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>In Germania non sai mai quante sigarette ci trovi dentro ai pacchetti, perché con questo sistema hanno aggirato le regole sul prezzo imposto. Ci trovo un sinistro parallelismo col <strong>Viper Theatre</strong>: non sai mai quanta gente ci trovi dentro, perché il pubblico fiorentino è imprevedibile e sfuggente come un tabaccaio tedesco.<span id="more-113"></span></p>
<p>Pensavo che i <strong>Giardini di Mirò</strong> che musicano <em>Il fuoco</em> di Giovanni Pastrone, capolavoro del muto restaurato dal Museo Nazionale del Cinema, a 10 euro d’ingresso, attirassero al massimo 18 persone, e invece alle 11.00 fuori dall’avveniristico spazio in via Pistoiese c’era una fila sconsiderata. Sconsiderata soprattutto perché la fila si era (spontaneamente?) dispiegata in mezzo al fango antistante, anziché disporsi (come lo status dell’homo sapiens suggerirebbe) sulla comoda e pulita banchina in mattoni. A chi si metteva sui mattoni, dando così l’idea di voler fare il furbo, quelli della fila nel fango urlavano “incivile!”. Un’atmosfera surreale che si sarebbe adattata meglio a Bunuel che a Pastrone.<br />
Siamo stati lentamente ammessi uno ad uno, sciaguattando nella mota, e una bella selezione musicale ha allietato l’attesa dello spettacolo vero e proprio.<img src="http://farm3.static.flickr.com/2403/1814731237_0b9844950a.jpg" alt="Giardini di Mirò vs. Il fuoco" align="left" height="375" width="250" /></p>
<p>Non è la prima volta che si assiste a una sonorizzazione dal vivo di un film muto, ma qui l’originalità conta poco: l’operazione in sé è sempre meritevole, perché rimette in circolazione film del passato che altrimenti sarebbe difficile reperire, e che se proiettati in una classica sala cinematografica, forse attirerebbero ben meno pubblico.<br />
L’affinità tra il film dannunziano e l’indie psichedelico dei Giardini è tutta da capire, e infatti sono loro stessi a rivelare, nella presentazione dello show, di aver avuto non pochi timori alla prima visione del film. L’affinità alla fine, seppur non elettiva, si è trovata, e le musiche composte dai Giardini di Mirò per <em>Il fuoco</em> sono tutt’altro che sconnesse dal film, e anzi con esso sempre perfettamente amalgamate. Lo spettacolo dura una cinquantina di minuti e si gode da seduti, gli occhi fissi ad uno dei tre schermi dove vengono proiettate le immagini in giallo-nero, le orecchie tese ad un unico lungo brano che cambia timbrica e sonorità a seconda dei momenti. Da parti più dilatate e “rumoristiche” si aprono ritmi che si fanno via via più serrati, pur senza mai staccarsi radicalmente dal mood generale. La bellezza del film ha un peso notevole nella riuscita della serata, ed eleva la musica, già buona di suo, ad un livello più alto di quanto forse non sarebbe se privata del supporto visivo. Non è un demerito, perché di una sonorizzazione dal vivo si tratta e non di un concerto, però la band emiliana sembra sfruttare solo a metà l’opportunità fornitagli da un progetto sul quale avrebbero potuto osare sperimentazioni più estreme.<br />
Una serata piacevole, e una maniera intelligente e fresca di servire due piatti che singolarmente risultano piuttosto indigesti, ma che uniti trovano nuovo sapore e danno a chi li gusta la sensazione di aver assaggiato qualcosa di unico. Speriamo accada più spesso.</p>
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