Deville | live @ Flog, 2feb2008
Pubblicato lunedì, 4 febbraio 2008
Fine settimana uggioso a Firenze e poca voglia di stare in giro: ma a casa, si sa, si dura poco.
Per chi avesse voglia di rock bello peso la Flog offriva sabato sera un doppio live coi locali Dinamo e con gli svedesi Deville. Mi sarei aspettato la solita confusione da Saturday Rock Fever, e invece l’auditorium del Poggetto è stato mezzo disertato dalle folle, che probabilmente hanno preferito i ritmi techno di Felix Krocher che metteva dischi al Central Park (“trasferito” dalla Fortezza per non meglio precisate ragioni). Ma è solo un’ipotesi, aspetto lumi.
Confesso di aver bighellonato dentro e fuori la Flog per tutta la durata del concerto dei Dinamo, che hanno un sound di poco richiamo alle mie orecchie. Incontro un noto attore della scena fiorentina che mi suggerisce un termine che ben descrive la band toscana: generici. Sob.
Arrivano i Deville in formazione classica: basso, chitarra e batteria, più Andreas Bengtsson che canta, suona la chitarra e rappresenta un po’ il cuore e l’anima del gruppo. I quattro sono potenti e macinano note di pietra, le chitarre sono sature e per una volta alla Flog si sente addirittura bene. Ogni discernimento sul quartetto di Malmö, però, può esser fatto solo dopo un chiarimento: i Deville non è che si ispirino ai Kyuss, è che sembrano proprio una cover band dei Kyuss. Le canzoni sono scritte dai Deville, ma ogni singolo riff richiama alla mente questa o quella canzone di Blues for the red sun o Sky Valley. Tutta l’impostazione del songwriting è diretta filiazione dei desert combo di Josh Homme & Co., ma di questi i Deville non hanno né il carisma, né le doti canore e strumentali, né la varietà artistica. Non sono affatto male, diverse cose gli riescono bene, ma alla lunga la voce di Bengtsson risulta troppo monotona, e si perde la speranza di ascoltare qualcosa di inatteso. Coi miei ci domandiamo com’è che in Italia abbiamo le stesse chitarre e gli stessi amplificatori eppure non riusciamo a fare quel suono, e decidiamo che deve esserci qualche embargo segreto che li blocca alla frontiera e li sostituisce con repliche assolutamente identiche nella forma ma con coni tarati per il chitarrista di Amedeo Minghi.
Perché in fondo, se dalla Svezia avessero mandato giusto ampli, chitarre e pedali, forse non sarebbe cambiato granché.
Una serata per soli appassionati, e anche per loro ben pochi brividi.
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